Procediamo con ordine, e vediamo in estrema sintesi alcuni aspetti relativi a questi due concetti antitetici eppure imprescindibili l’uno dall’altro.
Giorgio Vasari nelle sue autobiografie di artisti (1550-1568) articola subito una storia dell’arte quale storia degli stili, esaltando inoltre la personalità dell’artista-genio quasi a sacralizzarlo (si veda Michelangelo). Anche in seguito, la storia dell’arte oscillerà costantemente tra l’analisi dello stile e la ricerca di una precipua identità da accostare all’immagine quale motivo esplicativo di quel modo, o “maniera”, di “fare” arte. Lo storico dell’arte considera l’opera, di volta in volta, come soluzione di un problema dato (di tecnica, di resa spaziale, di contenuto, di contesto storico) per poi, inevitabilmente, inserirla in una serie assimilabile ad una tendenza, classificandola infine in uno stile, che potrà essere quello rinascimentale o d’avanguardia, dell’astrazione o della tradizione classica e così via. Se invece spostiamo il punto di vista, e passiamo dalla parte dell’artista, noteremo come, in particolar modo a partire dalla seconda metà del XIX secolo in poi, ogni suo sforzo miri verso l’affermazione dell’identità, che esso considera come espressione originale della propria opera. Kandinsky scrisse, nello “Spirituale nell’arte” (1909), che l’opera scaturisce da una “necessità interiore”, da un fuoco che brucia dentro ogni artista e che è in qualche modo il garante dell’autenticità del “prodotto” arte, che si vuol distante e ‘originale’ rispetto ad una società indirizzata verso un forte processo di massificazione.
Come ogni studio teso alla comprensione e interpretazione dell’oggetto preso in esame, anche l’opera d’arte si inserisce in una serie stilistica o manifesta una identità a seconda dell’interrogazione che le viene rivolta. Nella nostra epoca il concetto di stile è stato messo in crisi dagli stessi artisti e critici d’arte (come parlare di stile nell’arte happening, dove a mancare è lo stesso oggetto di analisi?); così come il concetto di identità appare oggi legato ad un “culto della personalità” oramai demistificato dalla critica odierna e utile soltanto ai noti meccanismi di mercato (sapere che il tal dipinto o scultura è attribuibile a tale o tal altro artista influisce in maniera determinate sul valore di mercato dell’opera).
Il mio interesse verso la duplicità della lettura di un’opera d’arte, nel tempo, è andato mitigandosi, in particolar modo dopo aver avuto qualche diretta esperienza all’interno di ambiti artistici contemporanei. Se prendiamo in considerazione il fatto che l’opera d’arte è un artefatto culturale – è la disciplina antropologica ad insegnarcelo – che il senso viene dall’uso, la questione dell’origine (identità) o della tipologia (stile) viene messa da parte a favore del suo ruolo primario. Mi spiego meglio. Pensiamo alle società tribali, dove gli oggetti vengono investiti di una virtù ancor prima di una estetica, l’opera d’arte assume in tal modo un riconoscimento prima di tutto in base alla propria funzione. Basta entrare in un museo di arte contemporanea, o aver visitato le ultime biennali di Venezia, per accorgersi quanto l’opera d’arte oggi assuma sempre in maniera maggiore il proprio valore dal pubblico. Perché l’opera non chiede più di essere compresa e interpretata, non costringe a scoprire ipotetiche personalità attraverso un determinato stile, ma si fa percorrere, fino a giocarci per farsene compenetrare e trasformare: il pubblico spaesato e intimidito lasciamolo ai musei.









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Obladi Oblada life goes on
This too shall pass
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i like the peace in the backseat...
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scream my name,
jamais à louer vais,
szeress örökre.
Laura
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a picture is a fragment of reality stolen from the eternal glide of time
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so the neighbours can dance in the police disco lights-
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In girum imus nocte et consumimur igni
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La rappresentazione non è sempre arte;
ma non è per questo meno misteriosa.
(Ernst Gombrich)
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.:.:: non so chi colpire perciò non posso agire ::.:.
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